Questa sera la comunità della nostra Parrocchia di San Donato in Polverosa, con la partecipazione in rappresentanza del Comune di Firenze, di Filippo Ferraro, Presidente del Quartiere 5 e di Alessandra Innocenti, in rappresentanza della Sindaca Sara Funaro, ha celebrato una grande e bella festa in occasione della consacrazione della chiesa.
Grazie a tutti!
La consacrazione della chiesa di San Donato, di cui abbiamo qui una reliquia, consacrazione avvenuta nel 1188, viene ricordata oggi dalla nostra comunità parrocchiale. Era il tempo delle crociate, con le luci e le ombre che quegli avvenimenti avevano portato con sé. E anche attorno a questa chiesa si erano radunati un buon numero di uomini della Toscana, pronti per andare a riconquistare la terra dove Gesù aveva vissuto.
Dopo più di 800 anni noi siamo qui, attorno allo stesso altare, per ascoltare quello che la Parola del Signore ci trasmette, per condividere quell’unico pane che può donarci la forza disarmata e disarmante, come dice Papa Leone, per vincere il male e testimoniare con gioia il bene. In questa nostra festa patronale abbiamo oggi la fortuna di aver ascoltato la pagina più straordinaria, la pagina più conosciuta, conosciuta anche dai non credenti e, nello stesso tempo, anche la più difficile da vivere. Sappiamo come quel grande uomo di Gandhi ha ispirato tutta la sua esistenza proprio a partire dalle virtù di questa lotta della non violenza che lui ha sviluppato e portato avanti, proprio rinforzato interiormente da queste parole, e senza violenza è riuscito a liberare tutto il suo Paese.
Beati i poveri, beati i miti, beati i puri di cuore, beati i costruttori di pace, beati gli affamati di giustizia: queste parole da una parte affascinano perché ci indicano un cammino attraente e capace di risolvere tanti nodi che il nostro cuore imbastisce e che la società poi moltiplica, ma dall’altra queste parole sembrano impossibili da far calare nel nostro vissuto quotidiano. Devo confessarvi che davanti a questa pagina del Vangelo mi trovo sempre ammutolito. Sono il cuore stesso queste parole, è tutto il messaggio di Gesù, il punto più alto della sua predicazione, anzi sono la fotografia più nitida di chi è stato e di chi è Gesù, di chi è Gesù anche in tutti i Suoi discepoli.
Oggi nella Sua vita noi vediamo realizzate le beatitudini e in tanti uomini e donne oggi riusciamo a intravedere proprio la luce di Cristo. E la domanda che vi pongo è proprio questa: traguardo impossibile per noi? Talvolta siamo tentati dalla rassegnazione conoscendo i nostri limiti, non siamo abbastanza coraggiosi, un po’ come uno scalatore che si sente inadeguato per raggiungere una vetta impegnativa e, ancora prima di fare un tentativo, rinuncia con tristezza accontentandosi di guardarla da lontano. È un po’ come la tristezza di quel giovane ricco che, dopo aver desiderato qualcosa di più bello e più grande per la sua vita, rinuncia, si tira indietro e se ne va pieno di tristezza. Gesù è salito su un monte, si è seduto, i Suoi discepoli si sono avvicinati e Lui cominciò a istruirli con queste parole che parlano di felicità e di gioia.
Il messaggio è talmente straordinario che ha illuminato e guidato intere generazioni di tutte le culture e di tutti i paesi. La luce di Cristo noi la vediamo riflessa oggi nei Suoi discepoli in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Sono questi discepoli che rendono bella e luminosa la Sua Chiesa, anche se talvolta viene cannoneggiata, come dicevano i francesi dopo la restaurazione e dopo la Rivoluzione francese: canoni e canoni e cannonate, cannonate.
Qualcosa resterà sempre. La luce viene da uomini e donne che cercano di vivere le beatitudini. Ho ricevuto proprio qualche giorno fa un libro dal titolo Il sangue degli angeli.
Vengono rivelate alcune figure che sono state perseguitate e uccise qui in Toscana tra gli anni 1943 e 1945. Sono rimasto edificato e stupito dal coraggio silenzioso che emerge da queste persone che si sono sacrificate per salvare altri. Conosciamo così poco della storia della luce dell’amore che testimonia la nostra Chiesa in ogni tempo.
Potremmo parlare dei dieci frati certosini della Certosa di Farneta, uccisi con altre 27 persone, ma preferisco condividere con voi quello che un sacerdote, don Aldo Mei, ha scritto su quattro foglietti bianchi del suo breviario. Alla fine, dopo l’indice, c’erano alcune fogliette bianche. Le ha scritte il giorno prima di essere ucciso: aveva 32 anni.
Era parroco di Fiano, frazione di Pescaglia, diocesi di Lucca. Sul primo foglietto è scritto: “1 agosto 1944, sentenza di morte; 4 agosto 1944”. “Di nascosto, tra una visita e l’altra delle sentinelle, aggiungo qualche altro pensiero a quanto malamente ho potuto scrivere su altri foglietti.
Babbo e mamma, state tranquilli, sono sereno in quest’ora solenne. In coscienza non ho commesso delitti, solamente ho amato come mi è stato possibile. Primo motivo della condanna a morte: aver protetto e nascosto un giovane, di cui volevo salvare almeno l’anima.
Secondo motivo: aver amministrato i sacramenti ai partigiani, e cioè l’aver fatto il prete. Terzo motivo, non morbido come i precedenti, e cioè l’aver nascosto la radio. Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio, io che non ho voluto vivere che per l’amore.
Deus caritas est, e Dio non muore, non muore l’amore. Muoio pregando per coloro stessi che mi uccidono, ho già sofferto un poco per loro, è l’ora del grande perdono di Dio. Desidero aver misericordia, per questo abbraccio l’intero mondo rovinato dal male, dalla violenza, in uno spirituale abbraccio di misericordia. Che il Signore accetti il sacrificio di questa piccola, insignificante vita in riparazione di tanti peccati e per la santificazione dei sacerdoti e di tutto il popolo.
Forse verso i confratelli del mio vicariato non li ho edificati e aiutati come avrei dovuto: domando umilmente perdono, mi ricordino tutti al Signore. Questo solamente conta quando ci si trova davanti al maestoso passo della morte, e così tutti vogliamo rivederci e starci indissolubilmente congiunti nella gioia fiera e perfetta dell’unione eterna con Dio in cielo. Per quanto riguarda il caro Adolfo, che era il giovane ebreo che avevo ospitato in casa e che era riuscito a fuggire, e per il quale i tedeschi mi avevano torturato per sapere dove fosse, per quanto riguarda il caro Adolfo io muoio sereno per la sua salvezza e quella di tutta la sua famiglia.
Godo nel dare, sia pure indegnamente come il mio Maestro Gesù, la vita per la salvezza delle anime. Una grande festa si farà in paradiso”. Vedete, nel Vangelo abbiamo ascoltato: “Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno nel mio nome; rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Forse è vero che non riusciamo a vivere le beatitudini con gioia, ma almeno conoscere alcuni tra quelli che hanno perso la vita per aver amato i fratelli senza riserva ci aiuta a ritrovare la luce e la bellezza di questa realtà vivente che è la comunione dei santi, cioè la bellezza del popolo di Dio in cammino verso la Patria celeste. E le beatitudini sono un po’ come l’orizzonte: noi arranciamo, cerchiamo di farle nostre; sappiamo bene quanto è difficile interiorizzare non tanto le parole, quanto piuttosto gli atteggiamenti per testimoniare con luce quello che il Signore ci ha indicato. E allora, che bello: se non riusciamo a farlo noi, almeno conoscere tutti quelli che sono riusciti a viverle.
Ed è importante conoscere, conoscere la luce che ci viene da questi uomini e da queste donne che continuano oggi a testimoniare quest’odore con grande generosità.